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Il senatoSegnalo l’ottimo e imparziale articolo di Jimmomo sui gravi fatti accaduti ieri al senato riguardo il voto sullo spacchettamento dei ministeri. Se questo è l’inizio, non oso immaginare la continuazione. E’ un fatto vergognoso ed è chiaro come un governo così debole al senato non possa che porre continuamente la fiducia per restare a galla. Per ora stiamo a vedere fino a che punto arriveranno.

Snake

AfghanistanDal Corriere della sera on-line del 28/06/2006

ROMA — «Se il Pdci insiste nel chiedere il ritiro non resta che prendere atto che non c’è più la maggioranza. Cosa volete, far cadere il governo? Se è così non resta che mettere la fiducia…». Così parlò Massimo D’Alema nel momento più caldo della riunione che ieri, in due riprese, ha impegnato governo e capigruppo dell’Unione sul decreto che rifinanzia la missione in Afghanistan. Prove di intesa, con strappo finale dei comunisti italiani.
Il partito di Oliviero Diliberto non molla, continuerà ad alzare la voce chiedendo di smobilitare le truppe e invocando la fiducia, ma dopo giorni di braccio di ferro un punto di mediazione è saltato fuori: la creazione di un comitato interparlamentare di monitoraggio sulle missioni aperto al contributo di esperti esterni al Parlamento, una trovata che ha ammorbidito la posizione di Rifondazione e Verdi, ma non ha ottenuto il consenso del Pdci. Il ricorso alla fiducia, almeno al Senato, non è ancora scongiurato.La strategia parlamentare prevede un decreto unico di rifinanziamento delle 28 missioni, che sarà licenziato venerdì dal Consiglio dei ministri, un disegno di legge fotocopia del decreto e una mozione parlamentare, chiesta dalla sinistra che vuole mettere nero su bianco i segni di «discontinuità». Il disegno di legge non conterrà l’automatismo che consentirebbe di portare il rifinanziamento in aula una volta l’anno e non più ogni sei mesi, evitando laceranti tensioni. D’Alema ci sperava, ma la sinistra era insorta e poi per farlo servirebbe una modifica alla legge di bilancio.

Vertice piuttosto animato, quello di Palazzo Madama. Si comincia in mattinata, con D’Alema e Arturo Parisi che illustrano la linea sulle missioni all’estero, confermano che entro l’autunno non un solo militare resterà in Iraq, promettono un maggiore sforzo umanitario, garantiscono che l’Italia dice no alla richiesta Nato di aumentare uomini e mezzi e concludono che la missione in Afghanistan non vedrà estensioni territoriali. Ma sia chiaro, ribadisce D’Alema, «una exit strategy unilaterale non è possibile». Concetto ripetuto anche dal ministro della Difesa Parisi: «Lo spirito di solidarietà con gli alleati non ci consente scelte unilaterali ma ci impegna a decisioni collettive».

Manuela Palermi, capogruppo al Senato del Pdci, dice subito che i comunisti non ci stanno, poi la riunione viene aggiornata alle 17 ed è allora che lo scontro entra nel vivo. Verdi e Rifondazione arrivano con la proposta di un osservatorio permanente da costituire in capo al governo, ma l’idea non piace a D’Alema che la stoppa con l’appoggio degli ulivisti Dario Franceschini, Marina Sereni, Anna Finocchiaro e del capogruppo dell’Udeur Mauro Fabris. «E che facciamo, una roba extraparlamentare?». Ma la sinistra insiste, Parisi media e promette un «monitoraggio permanente» e alla fine la soluzione si trova: sarà un osservatorio parlamentare. «Andiamo a dire ai giornalisti che siamo tutti d’accordo…», si alza il ministro della Difesa. Esce Giovanni Russo Spena del Prc e annuncia l’accordo: «Il rifinanziamento sarà anche inferiore, ci saranno 300-400 uomini in meno», che in realtà sono 471 e la cui riduzione è del tutto casuale, dovuta alle esigenze degli alleati. Esce la Finocchiaro e parla di grande «prova di compattezza», poi sbuca la Palermi e dichiara che «a Kabul c’è una carneficina, quindi nessuna intesa è stata raggiunta».
D’Alema, stufo dei continui rilanci della capogruppo dei comunisti, così aveva apostrofato la senatrice: «Ma tu lo sai dov’è l’Afghanistan?». Spente le telecamere e spariti i cronisti, la Palermi si sfoga con Loredana De Petris: «Sono stata lasciata sola». E la senatrice dei Verdi, come a dire che l’intesa è lontana: «Da noi quattro, cinque voti non ci sono, o anche di più, e questo è bene che si sappia». In questo clima, l’Udc torna a offrire il suo apporto alla maggioranza. «I nostri senatori — annuncia Mario Baccini — hanno senso di responsabilità e voteranno a favore. Il governo è irresponsabile, ma noi non vogliamo lasciare soli i nostri soldati».

EmblemaTutto come previsto, al referendum ha vinto il no. Ha vinto la conservazione, l’inefficienza, lo statalismo, la debolezza. Fa riflettere che il nord abbia votato compatto sì. La parte più produttiva dell’Italia ha voglia di cambiare e ciò lo si vede chiaramente dagli esiti del voto.
Rimane il problema del sud. Forse la propaganda della sinistra ha avuto maggior effetto, o forse si vuole continuare sulla strada dell’assistenzialismo. Il sud se vuole davvero superare i suoi problemi, deve abbandonare lo spirito di rassegnazione e vittimismo e non deve contare sempre sugli aiuti di stato.
Al di là di queste considerazioni, ancora una volta la sinistra si dimostra ben più mobilitata e catechizzata rispetto alla destra, su questo non ci piove. Mi auguro che gli elettori del centrodestra che non sono andati a votare non si lamentino.
Si è presentata per l’Italia un’occasione per cambiare, ma è stata rifiutata dal voto popolare. Ora la sinistra vorrebbe grandi intese per modificare la costituzione: troppo comodo! Se hanno passato i mesi trascorsi a pontificare e a santificare la vecchia costituzione, perché mai dovrebbero ora volerne delle modifiche? Lo stesso D’Alema che si lamenta oggi del premierato forte e che appena ieri ne propugnava la realizzazione alla bicamerale!
Ma fateci il piacere: se volete essere incoerenti fatelo pure, ma senza il centrodestra. E’ vero, le riforme è bene che si facciano tutti assieme, a patto però che non siano eccessivamente annacquate o contrattate. Il centrodestra aveva peraltro aperto al centrosinistra durante il varo della riforma costituzionale, ma quest’ultima, per puro odio ideologico, innalzò barricate, come ha sempre fatto nei trascorsi cinque anni.
Insomma, hanno occupato tutto, hanno fatto il buono e cattivo tempo, che se la sbrighino da soli, non abbiamo bisogno dei loro contentini.
Allora nessuna concessione: chi semina vento, raccoglie tempesta.

Snake

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Tocque-villeNon ho avuto l'opportunità di partecipare al convegno organizzato la settimana scorsa a Sestri Levante assieme agli altri bloggers di Tocque-ville. Sono emerse tante posizioni e il dibattito non è certo mancato, da quanto si evince dai numerosi post pubblicati ne vari blogs.
Mi limito in questa sede a segnalare il post di Andrea Mancia su The Right Nation, che contiene spunti interessanti e anticipa le importanti innovazioni che interesseranno il futuro di Tocque-ville a partire da settembre.

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