Dal Corriere della sera on-line del 5/2/2007
“Ha ragione il ministro della Difesa Arturo Parisi a giudicare irrituale la lettera aperta dei sei ambasciatori di Paesi aderenti alla Nato sul nostro ruolo in Afghanistan: un passo diplomatico anomalo con cui gli alleati, pur nella prudenza del linguaggio, ci hanno notificato di essere consapevoli che la politica estera sia il maggior elemento di debolezza del governo Prodi. Dopo il risultato sbalorditivo (con pochi precedenti nella storia delle democrazie parlamentari) della votazione su Vicenza, Parisi ha chiesto con forza che la coalizione di governo esca finalmente dall’ambiguità sulla politica estera e di difesa. Ma è difficile che ciò possa accadere. Non solo perché il problema va al di là della contrapposizione massimalisti/moderati: come Parisi ha rilevato in una intervista esemplare per chiarezza e rigore ( La Stampa, 4 febbraio), pesa anche, per ragioni storiche, una più generale carenza di «cultura della difesa» che attraversa l’intera coalizione. L’ambiguità non è però superabile anche per altre e più profonde ragioni. Soprattutto perché senza equilibrismi, furbizie tattiche e giochi di parole, in tema di scelte di fondo sulla collocazione internazionale dell’Italia, non sarebbe mai stato possibile mettere insieme la coalizione antiberlusconiana che vinse di stretta misura le elezioni. Basta aver letto il sempre citato «programma dell’Unione» per saperlo: quel programma, mentre dedicava enfaticamente pagine su pagine alla questione dell’Europa e dell’europeismo del centrosinistra, liquidava invece con stringatissime parole (ove il «non detto» appariva molto più importante del detto) il nostro ruolo nella Nato e l’alleanza con gli Stati Uniti. Era l’ambiguità in azione, appunto, frutto della necessità, per i partiti moderati del centrosinistra, di fare un cartello elettorale, e un’alleanza di governo, con forze politiche anti- Nato e antiamericane.
Del resto, lo stesso premier Romano Prodi appare consapevole dell’impossibilità di arrivare a un vero chiarimento. Nello stesso momento in cui usa parole dure, mai usate prima, nei confronti della sinistra massimalista per l’episodio di Vicenza, continua a concedere molto, almeno sul piano retorico, a quella stessa sinistra massimalista, rimarcando più del dovuto (in materie che riguardano la collocazione internazionale del Paese non si dovrebbe fare) tutte le discontinuità esistenti fra le scelte del suo governo e quelle del governo precedente, e nascondendo dietro il paravento verbale della «politica di pace» in cui il governo sarebbe oggi impegnato il ruolo dei nostri militari nella guerra (perché di guerra, al di là dei giri di parole, si tratta) in Afghanistan. Tra il governo Prodi e il precedente governo Berlusconi ci sono ovviamente grandi differenze. Alcune vanno a vantaggio del governo Prodi, altre a vantaggio del governo Berlusconi. Ma certo la differenza più importante riguarda proprio la politica internazionale. Nei cinque anni di governo di Berlusconi la politica estera e la collocazione internazionale dell’Italia non furono mai oggetto di veri conflitti all’interno della coalizione. Di divisioni naturalmente ce n’erano tante, ma riguardavano la politica interna. Anche la Lega di Umberto Bossi, che quando stava all’opposizione era pronta ad assumere atteggiamenti eterodossi (nel 1999 Bossi fu, con Armando Cossutta, uno degli esponenti politici italiani che andarono a Belgrado per solidarizzare con il serbo Milosevic sulla questione del Kosovo), rimase per lo più allineatissima alle posizioni del governo di cui era parte.
Anche le sue sparate contro l’Europa (come le invettive contro «forcolandia») non avevano conseguenze pratiche, non erano tali da destabilizzare un esecutivo che, per parte sua, intratteneva all’epoca rapporti alquanto travagliati e freddi con l’asse franco-tedesco di Chirac e Schroeder. Persino quando la Lega (insieme a Rifondazione) diede in Parlamento «un voto di bandiera» contro il trattato costituzionale europeo, il governo non ne fu minimamente toccato. Da cosa nasce la differenza? Perché la presenza della Lega (pur ideologicamente contraria a quello che essa chiamava il «Superstato europeo») nella coalizione di Berlusconi non fu altrettanto destabilizzante per la politica estera di quanto si stia rivelando la sinistra massimalista nella coalizione di Prodi? La ragione ha a che fare con le identità. Il cruciale elemento identitario della Lega era e resta il «federalismo». Era quindi sufficiente, per il governo Berlusconi, offrire alla Lega garanzie in tema di riforma federalista perché essa accettasse, nonostante il suo antieuropeismo, di non destabilizzare la politica estera del governo. Il caso della sinistra massimalista è diverso: antiamericanismo e pacifismo sono parti integranti della sua identità. Sono il suo nervo scoperto, come si è visto a Vicenza e come si vede nella questione del rifinanziamento della missione in Afghanistan.
E come si vedrà ancor di più fra pochi mesi, se risulteranno esatte le previsioni dei comandi americani che annunciano, per primavera, una grande offensiva militare dei talebani contro la coalizione Nato in Afghanistan. Se nel centrodestra fu facile per la Lega accettare i termini dello «scambio» (federalismo contro sostegno al governo anche sulla politica estera), nel centrosinistra lo scambio fra moderati e sinistra massimalista è assai più difficile da assicurare man mano che passa il tempo. E infatti, finita la (brevissima) luna di miele del governo, sinistra massimalista e moderati sono ormai ai ferri corti su tutto, dalla politica estera ai Pacs, alle liberalizzazioni. Le divisioni delle maggioranze sulla politica estera vanno in scena davanti a una platea mondiale. Quando poi a scontrarsi sono «visioni del mondo» da cui discendono idee opposte sulla collocazione internazionale del Paese, la sensazione che gli altri (la comunità internazionale) ne ricavano, a volte anche al di là della sostanza, è che a regnare sia la confusione, se non addirittura l’inaffidabilità. Il problema che ha il governo Prodi è come evitare di pagare un prezzo internazionale così alto senza rimuovere quell’ambiguità di fondo grazie alla quale il centrosinistra si è formato e tuttora vive. Prodi deve fare i conti con il Dna della sinistra massimalista”
Angelo Panebianco











3 comments
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7 Febbraio, 2007 a 1:52 pm
iperio
per me il problema è molto semplice:
siamo o no un paese indipendente.
se non lo siamo, inutile parlare.
se lo siamo, la nostra politica estera, che scaturisce dal dibattito interno al Paese, e da quello coi paesi amici, in primis la UE deve essere autonoma e tenere conto di valori e interessi diversi da quelli USA.
ma forse paghiamo ancora il debito della liberazione dal nazifascismo…
7 Febbraio, 2007 a 2:42 pm
facethetruth
Più che altro è lo stesso governo a non avere le idee chiare, nel senso che sono divisi sul da farsi: dovrebbero prendere una decisione chiara e univoca, indipendentemente dal giudizio di merito sulla scelta operata. Si può essere d’accordo o meno con l’alleanza con gli Usa o con altri Stati, ma sarebbe anche opportuno che l’esecutivo si pronunci in maniera unanime.
Ciao e grazie!
Snake
7 Febbraio, 2007 a 3:21 pm
alepuzio
Anche perchè mica hanno scritto che se si abbandona l’Afghanistan ci muovono guerra…