EmblemaE’ di scena il solito copione ben rodato dall’esecutivo. A quanto pare infatti, dopo i mille strombazzamenti e gli pseudo-ultimatum della sinistra radicale, si è tornati alla situazione di partenza: l’Italia resterà in Afghanistan. Benissimo, mi fa piacere. Allora dove sta la contraddizione? In fondo pare che verranno rispettati gli impegni e di questo, personalmente, ne prendo atto positivamente.
Ciò che non quadra allora, è un’altra cosa. E’ il solito comportamento che il governo Prodi ha adottato da che è alla guida del paese. Lo schema lo proposi qualche tempo fa: 1) situazione iniziale, esposizione degli obiettivi da raggiungere come da programma, 2) uscita roboante e sensazionalista dei “dissidenti” che minacciano crisi e azioni clamorose, 3) eterno ritorno dell’uguale: ovvero ristabilimento della situazione iniziale.
Se avete notato succede sempre così. Anche in questo caso quindi, non c’è da stupirsi se alla fine le proteste della sinistra radicale sono cadute nel nulla.
Ma stiamo attenti: erano quelle delle vere proteste oppure una sorta di “contentino” da dare agli elettori pacifisti? In altre parole, la sinistra radicale potrebbe aver pensato “cerchiamo di mantenere un minimo di coerenza col nostro programma pacifista e diamo da bere ai nostri elettori che siamo convinti di questo e che possiamo far sentire la nostra voce”. Francamente ci pare una presa per i fondelli. Ma se anche i pacifisti che hanno votato questo governo stanno zitti e non protestano, significa che anche il loro pacifismo è una buffonata. Perché non organizzano cortei con le bandiere arcobaleno anche per la missione in Libano? E perché ora che Prodi ha fatto capire che in Afghanistan si dovrà restare, non si mobilitano? Altro che pacifisti!
Ma in fondo sono loro assieme alla sinistra radicale a perdere la faccia.
Si è detto che è positivo il fatto che il governo abbia scelto di mantenere fede agli impegni internazionali. Ma ha anche precisato che verrà rafforzato l’impegno dei civili. Si spera, allora, che ciò non vada a discapito dell’impegno militare: in una zona tanto instabile, è impensabile lasciare i civili in balia dei gruppi armati e serve quindi una presenza dell’esercito.
Detto questo, ciò che quindi contestiamo non è il merito delle decisioni prese, bensì il metodo. Era proprio necessario alzare tutto questo polverone per una decisione ormai scontata?

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