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Dal Corriere della sera on-line del 9/7/2007:

Il sistema politico italiano soffre di una frammentazione partitica esasperata. Questa frammentazione, come chiunque può constatare, ci condanna all’ingovernabilità e, alla lunga, può anche compromettere il futuro della nostra democrazia. Non è quindi un ragionare per paradossi sostenere che la sorte del costituendo Partito democratico dovrebbe stare a cuore anche a coloro che non ne condividono le proposte e non hanno intenzione di votarlo. Insieme alla raccolta di firme in corso per il referendum sulla riforma elettorale, la costituzione del Partito democratico è infatti, attualmente, la sola iniziativa tesa a invertire la tendenza, a ridurre quella dannosa e pericolosa frammentazione. Se il Partito democratico diventerà la formazione più forte e vitale del centrosinistra, una riaggregazione si verificherà certamente anche a destra. E di queste riaggregazioni la nostra democrazia necessita oggi più di qualunque altra cosa. Ma i primi passi del nascente Partito democratico non sono stati felici. Dopo l’entrata in scena di Walter Veltroni, si sono subito delineati due orientamenti. Il primo è proprio di coloro ai quali nulla interessa di riaggregazioni nel sistema politico (e poco anche della capacità di durata del Partito democratico). Costoro sperano solo di avere trovato in Veltroni un leader capace di battere Berlusconi. Punto e basta. Se poi Veltroni vince e non riesce a governare a causa del permanere della frammentazione è cosa che non li riguarda. Per questo costoro sono pronti anche ad avallare qualunque stravaganza. Essendo l’Italia un Paese fantasioso che fa sempre cose diverse da quelle che fanno gli altri, ecco la «stravaganza» che è stata immaginata. Si fanno primarie rigorosamente finte (sarebbe un bis, dopo quelle fatte a suo tempo con Prodi).

Veltroni, appoggiato dagli apparati dei Ds e della Margherita e dai loro leader, e magari anche sfidato per finta da qualche candidato di comodo, viene plebiscitato. Il plebiscito lascerebbe l’amaro in bocca a molti militanti che hanno creduto sinceramente nel Partito democratico, ma che importa?: l’unica cosa che conta è l’attesa ricaduta mediatica e propagandistica dell’evento. Contemporaneamente, si lanciano tutte le possibile e immaginabili «liste per Veltroni» in modo che gli organi di partito vengano occupati dalle varie correnti, grandi e piccole, che si vanno nel frattempo costituendo. Il partito che nascerebbe non avrebbe alcuna vitalità (non ci sarebbe nessuna vera fusione fra le forze politiche che lo hanno tenuto a battesimo) ma, ancora una volta, che importa?: l’unica cosa che conta è che esso regga almeno fino alla conclusione della campagna elettorale. Esiste però anche un secondo orientamento, caldeggiato, dentro e fuori il Partito democratico, dalle persone serie, vuoi per genuina adesione ai valori politici che il Partito democratico potrebbe rappresentare, vuoi per ostilità alla frammentazione del sistema partitico. È l’orientamento di chi non si augura false partenze né bizantinismi, né stravaganze, né coreografie da socialismo reale. Di chi auspica primarie autentiche, uno scontro vero per la leadership (e, altrettanto importante, per il controllo di tutti gli organi centrali del partito) fra candidati con proposte almeno in parte divergenti. Perché solo da uno scontro vero, dalla lotta politica (non dai calcoli e dalla pianificazione di chi controlla gli apparati), possono nascere quel generale rimescolamento delle carte e quella autentica fusione in grado di dare vitalità all’impresa.”

Angelo Panebianco

EmblemaDal Corriere della sera on-line dell’11/04/2007:

Se si votasse domenica, il Partito Democratico otterrebbe il 23-24 per cento. Il risultato vero dipende ovviamente dalla campagna elettorale e dall’immagine che, al momento della consultazione, la nuova forza politica sarebbe in grado di dare. Ma le intenzioni di voto espresse oggi (che non sempre e necessariamente si traducono poi in comportamenti) possono fornirci un quadro molto indicativo dell’atteggiamento dei cittadini per il nuovo possibile soggetto politico. E il tratto prevalente è sempre più la sfiducia.
Il computo parte necessariamente dall’ampiezza dell’elettorato attuale delle due principali componenti del Partito democratico: Ds e Margherita. Secondo gran parte delle stime, essi possono contare oggi, nel loro insieme, sul 25-26 per cento dei consensi. Si tratta, come si sa, di una percentuale assai inferiore a quella (31,3 per cento), conseguita in occasione delle elezioni del 2006: è un altro segnale della crescente disaffezione maturata nei confronti del centrosinistra da un anno a questa parte.
Tuttavia, non tutti gli elettori attuali dei due partiti vedono con favore la creazione del Partito democratico. C’è una più o meno esplicita contrarietà sia tra i Ds, sia nella Margherita. Tanto che solo una parte (il 78 per cento circa) dichiara che «prenderebbe in considerazione» il voto per il Partito democratico. Tenendo conto di queste perplessità, si ottiene un segmento di votanti «certi» per il Partito democratico pari al 20-21 per cento dell’elettorato italiano.
Ma, come si sa, l’ambizione del nuovo partito è di raccogliere non solo i consensi già presenti nelle due forze politiche che dovrebbero formarlo, ma anche i voti di altre formazioni, nel centro, nella sinistra e, specialmente, quelli dei tanti indecisi o potenziali astenuti che in questi anni si sono progressivamente allontanati dalla politica (e, talvolta, dalla partecipazione alle elezioni). Effettivamente, sino a qualche tempo fa, la prospettiva del Partito democratico pareva coinvolgere buona parte di costoro. L’entusiasmo è andato tuttavia raffreddandosi di mese in mese. Le ricerche, quantitative e qualitative, suggeriscono l’esistenza di diversi fattori all’origine di questa erosione. Ad esempio:
— la progressiva diminuzione di consensi verso le forze di centrosinistra nel loro insieme, che ha portato, tra l’altro, ad una corrispondente contrazione dei giudizi positivi sull’operato del governo (ampiamente documentata, da ultimo, nell’analisi di Diamanti sulla Repubblica di ieri).
— l’accentuarsi nell’elettorato (e, quel che è più preoccupante, tra i militanti) dell’ impressione che il Partito democratico potrebbe finire col diventare un partito «vecchio», simile forse a quelli della prima Repubblica: con le correnti, le lotte interne, ecc.. E non una forza politica «nuova» e «diversa», come ci si aspettava. Al riguardo, si sa che gli elettori italiani hanno maturato una diffusa avversione per l’idea di partito tradizionale, a partire dallo stesso vocabolo: non a caso nessuna delle maggiori formazioni costituite di recente si chiama «partito».
— una delusione nei confronti della leadership del Partito democratico vista spesso come portatrice di valori e, specialmente, di logiche politiche «vecchie».
Questi ed altri motivi hanno portato ad una sempre minore capacità di attrazione del PD nei confronti degli elettori, tanto che dichiara di prenderlo in considerazione «solo» il 2-3 per cento dei votanti non compresi già in Ds e Margherita.
Nell’insieme, ciò porta ad un 23-24 per cento di consensi oggi definibili come «sicuri» per il Partito democratico. Certo, il bacino potenziale è molto più ampio e giunge al 37 per cento, con dichiarazioni di interesse da parte degli elettori di una molteplicità di forze politiche, a destra come a sinistra. Ma per conquistarli occorrerebbe suscitare nuovamente l’entusiasmo e la speranza di rinnovamento che, in questi mesi, sono sembrate man mano offuscarsi. Insomma, l’opa per il PD proposta ieri da Salvati sul Corriere può avere esito positivo solo se, come lui stesso sottolinea, la nuova forza politica si propone con un’immagine e con contenuti «nuovi». Viceversa, la mera sommatoria tra forze politiche esistenti, in Italia non ha mai avuto grande successo. * di Salvatore Vassallo nelle Opinioni

Renato Mannheimer

Dal Corriere della sera on-line del 5/2/2007

“Ha ragione il ministro della Difesa Arturo Parisi a giudicare irrituale la lettera aperta dei sei ambasciatori di Paesi aderenti alla Nato sul nostro ruolo in Afghanistan: un passo diplomatico anomalo con cui gli alleati, pur nella prudenza del linguaggio, ci hanno notificato di essere consapevoli che la politica estera sia il maggior elemento di debolezza del governo Prodi. Dopo il risultato sbalorditivo (con pochi precedenti nella storia delle democrazie parlamentari) della votazione su Vicenza, Parisi ha chiesto con forza che la coalizione di governo esca finalmente dall’ambiguità sulla politica estera e di difesa. Ma è difficile che ciò possa accadere. Non solo perché il problema va al di là della contrapposizione massimalisti/moderati: come Parisi ha rilevato in una intervista esemplare per chiarezza e rigore ( La Stampa, 4 febbraio), pesa anche, per ragioni storiche, una più generale carenza di «cultura della difesa» che attraversa l’intera coalizione. L’ambiguità non è però superabile anche per altre e più profonde ragioni. Soprattutto perché senza equilibrismi, furbizie tattiche e giochi di parole, in tema di scelte di fondo sulla collocazione internazionale dell’Italia, non sarebbe mai stato possibile mettere insieme la coalizione antiberlusconiana che vinse di stretta misura le elezioni. Basta aver letto il sempre citato «programma dell’Unione» per saperlo: quel programma, mentre dedicava enfaticamente pagine su pagine alla questione dell’Europa e dell’europeismo del centrosinistra, liquidava invece con stringatissime parole (ove il «non detto» appariva molto più importante del detto) il nostro ruolo nella Nato e l’alleanza con gli Stati Uniti. Era l’ambiguità in azione, appunto, frutto della necessità, per i partiti moderati del centrosinistra, di fare un cartello elettorale, e un’alleanza di governo, con forze politiche anti- Nato e antiamericane.
Del resto, lo stesso premier Romano Prodi appare consapevole dell’impossibilità di arrivare a un vero chiarimento. Nello stesso momento in cui usa parole dure, mai usate prima, nei confronti della sinistra massimalista per l’episodio di Vicenza, continua a concedere molto, almeno sul piano retorico, a quella stessa sinistra massimalista, rimarcando più del dovuto (in materie che riguardano la collocazione internazionale del Paese non si dovrebbe fare) tutte le discontinuità esistenti fra le scelte del suo governo e quelle del governo precedente, e nascondendo dietro il paravento verbale della «politica di pace» in cui il governo sarebbe oggi impegnato il ruolo dei nostri militari nella guerra (perché di guerra, al di là dei giri di parole, si tratta) in Afghanistan. Tra il governo Prodi e il precedente governo Berlusconi ci sono ovviamente grandi differenze. Alcune vanno a vantaggio del governo Prodi, altre a vantaggio del governo Berlusconi. Ma certo la differenza più importante riguarda proprio la politica internazionale. Nei cinque anni di governo di Berlusconi la politica estera e la collocazione internazionale dell’Italia non furono mai oggetto di veri conflitti all’interno della coalizione. Di divisioni naturalmente ce n’erano tante, ma riguardavano la politica interna. Anche la Lega di Umberto Bossi, che quando stava all’opposizione era pronta ad assumere atteggiamenti eterodossi (nel 1999 Bossi fu, con Armando Cossutta, uno degli esponenti politici italiani che andarono a Belgrado per solidarizzare con il serbo Milosevic sulla questione del Kosovo), rimase per lo più allineatissima alle posizioni del governo di cui era parte.
Anche le sue sparate contro l’Europa (come le invettive contro «forcolandia») non avevano conseguenze pratiche, non erano tali da destabilizzare un esecutivo che, per parte sua, intratteneva all’epoca rapporti alquanto travagliati e freddi con l’asse franco-tedesco di Chirac e Schroeder. Persino quando la Lega (insieme a Rifondazione) diede in Parlamento «un voto di bandiera» contro il trattato costituzionale europeo, il governo non ne fu minimamente toccato. Da cosa nasce la differenza? Perché la presenza della Lega (pur ideologicamente contraria a quello che essa chiamava il «Superstato europeo») nella coalizione di Berlusconi non fu altrettanto destabilizzante per la politica estera di quanto si stia rivelando la sinistra massimalista nella coalizione di Prodi? La ragione ha a che fare con le identità. Il cruciale elemento identitario della Lega era e resta il «federalismo». Era quindi sufficiente, per il governo Berlusconi, offrire alla Lega garanzie in tema di riforma federalista perché essa accettasse, nonostante il suo antieuropeismo, di non destabilizzare la politica estera del governo. Il caso della sinistra massimalista è diverso: antiamericanismo e pacifismo sono parti integranti della sua identità. Sono il suo nervo scoperto, come si è visto a Vicenza e come si vede nella questione del rifinanziamento della missione in Afghanistan.
E come si vedrà ancor di più fra pochi mesi, se risulteranno esatte le previsioni dei comandi americani che annunciano, per primavera, una grande offensiva militare dei talebani contro la coalizione Nato in Afghanistan. Se nel centrodestra fu facile per la Lega accettare i termini dello «scambio» (federalismo contro sostegno al governo anche sulla politica estera), nel centrosinistra lo scambio fra moderati e sinistra massimalista è assai più difficile da assicurare man mano che passa il tempo. E infatti, finita la (brevissima) luna di miele del governo, sinistra massimalista e moderati sono ormai ai ferri corti su tutto, dalla politica estera ai Pacs, alle liberalizzazioni. Le divisioni delle maggioranze sulla politica estera vanno in scena davanti a una platea mondiale. Quando poi a scontrarsi sono «visioni del mondo» da cui discendono idee opposte sulla collocazione internazionale del Paese, la sensazione che gli altri (la comunità internazionale) ne ricavano, a volte anche al di là della sostanza, è che a regnare sia la confusione, se non addirittura l’inaffidabilità. Il problema che ha il governo Prodi è come evitare di pagare un prezzo internazionale così alto senza rimuovere quell’ambiguità di fondo grazie alla quale il centrosinistra si è formato e tuttora vive. Prodi deve fare i conti con il Dna della sinistra massimalista”

Angelo Panebianco

EmblemaVale la pena di riportare l’articolo di Renato Mannheimer apparso sul Corriere della sera on-line di oggi. Si parla di calo di popolarità del governo Prodi. Se lo dice un giornale come il Corsera, che ha sostenuto Prodi durante la campagna elettorale, la situazione per l’esecutivo non è certo rosea..

“La popolarità del governo decresce: per la prima volta l’insoddisfazione riguarda il 63%: era il 53% a settembre. Il calo assume dimensioni più elevate (meno 17%) nell’elettorato di sinistra, che aveva dato più fiducia all’esecutivo.
Il trend decrescente tocca, per motivi e in misure diverse, tutti gli strati sociali. Con intensità maggiore in quelli più «centrali» (maschi, 35-55enni, con alto titolo di studio, imprenditori, impiegati, ecc.). Ma è diffuso anche tra casalinghe, studenti, disoccupati. Ed è significativamente più intenso nelle zone caratterizzate dalla presenza di piccola impresa: meno 13% nel Nord-Est e meno 17% nel Centro. Questo andamento ha portato Prodi—e altri—a pensare che il paese sia «impazzito». Non solo e non tanto perché cala la fiducia nel governo, ciò che è, forse, un fenomeno fisiologico, quando si chiedono sacrifici. Quanto perché, a loro avviso, questo andamento mostrerebbe una «perdita dei valori collettivi». Una mancata consapevolezza del fatto che per uscire dalla crisi è necessario fare tutti uno sforzo collettivo: gli italiani, secondo Rosy Bindi, avrebbero abbandonato «il senso della comunità».

In realtà, come numerosi studi hanno dimostrato, gli italiani non hanno mai mostrato di possedere una forte considerazione degli interessi collettivi, né hanno mai ritenuto del tutto condivisibile l’idea che il progresso dell’intera nazione comporti anche un miglioramento personale. Anzi. Siamo il popolo del «mi arrangio da solo ». Che si affida più volentieri alle proprie capacità (e, talvolta, furbizie) individuali che ai benefici derivati dalla collaborazione sociale. Incentivati talvolta in ciò anche da alcuni esponenti della classe politica. La carenza di una vera «cultura civica» tra gli italiani rende difficile mobilitarli per fini collettivi. Ma non impossibile: Prodi ci riuscì ai tempi dell’euro e lo stesso Berlusconi ci provò con la promessa della riduzione fiscale. Probabilmente il motivo principale del calo di popolarità del governo sta proprio nella scarsa percezione nell’elettorato di prospettive veramente «mobilitanti ». La mera necessità del riaggiustamento dei conti sembra rispondere poco a questa esigenza. Di fronte a questo stato di cose, lamentarsi della stoltezza degli italiani pare servire a poco.

Se si ritiene che la finanziaria sia oggi necessariamente impopolare, ma chemostrerà la sua utilità in futuro, è opportuno attendere pazientemente quel momento, senza dolersi per la temporanea incapacità di capire da parte dell’elettorato. Se, viceversa, si ha a cuore il mantenimento del consenso anche durante questo percorso, è necessario indicare, oltre all’esigenza di risanamento, uno o più obiettivi di sviluppo, credibili e verificabili nel tempo. Il che, con una coalizione così ampia e composita, non è certo facile.”

Renato Mannheimer

EmblemaDal Corriere della Sera on-line del 10/10/2006:

Il progetto di legge Finanziaria proposto dal governo di centrosinistra ha incontrato perlopiù disapprovazione tra gli studiosi e gli osservatori della nostra economia. Si rimprovera soprattutto la mancanza di quell’incisività e iniziativa sul piano delle riforme che il decreto Bersani aveva lasciato sperare. Per la verità, già a luglio, dopo la «retromarcia» del governo di fronte alle proposte delle categorie colpite (a partire dai tassisti), molti analisti avevano dubitato sulla capacità innovativa dell’esecutivo. Il loro pessimismo si è accentuato in seguito alla lettura dei propositi del governo in merito alla Finanziaria. Anche l’opinione pubblica nel suo complesso ha manifestato un atteggiamento critico, che ha coinvolto grossomodo metà dell’elettorato. Ma più del giudizio negativo nel suo insieme — forse inevitabile in occasione di qualunque genere di Finanziaria — due caratteristiche della reazione dell’elettorato sembrano particolarmente preoccupanti per il governo.
A) Tra la popolazione nel suo insieme si riscontra, al solito, una difficoltà a capire la reale natura dei singoli aspetti del provvedimento, di cui non è sempre facile comprendere le conseguenze. Normalmente, di fronte a questa situazione, gran parte dei cittadini si rifugia nel «facilitatore», costituito dall’orientamento politico generale. In altre parole, chi si sente di centrosinistra tende a dare ragione al governo, mentre chi parteggia per l’opposizione assume l’atteggiamento contrario. Stavolta, in occasione della Finanziaria, non è così: le valutazioni critiche trovano largo spazio anche tra gli elettori del centrosinistra. È sintomatico al riguardo che, tra costoro, solo meno di metà concordi con l’affermazione — più volte ribadita in questi giorni dai leader governativi — che «con questa manovra il Paese sarà avvantaggiato » e addirittura il 15% ritiene che l’Italia verrà danneggiata. Si tratta di un’opinione che coinvolge ovviamente la maggioranza assoluta dei votanti per il centrodestra, ma che è condivisa anche dalla gran parte degli indecisi su cosa votare, il cui orientamento è, come si sa, decisivo per i risultati delle elezioni «vere».

Gli elementi di scarsa soddisfazione riguardano in varia misura diversi aspetti del provvedimento. Ma, naturalmente, l’aspetto che più ha colpito il grande pubblico è quello relativo alla manovra sull’Irpef: anche in questo caso, un quinto dell’elettorato di centrosinistra — e quasi il 60% degli indecisi — esprime un giudizio negativo. Ma, al di là dell’opinione sui singoli elementi della manovra, ciò che ha colpito di più la base elettorale del governo è, a torto o a ragione, la percezione di una mancata realizzazione — per alcuni di un’inversione — di quanto annunciato in campagna elettorale. Se ne lamentano in particolare i sostenitori della Margherita da un verso (48%) e, sia pure in misura minore, quelli di Rifondazione dall’altro (38%).
B) Se si raffrontano le valutazioni dell’elettorato con quelle rilevate per la Finanziaria proposta da Berlusconi nel 2004 (che conteneva la manovra fiscale), si può rilevare come il giudizio espresso complessivamente in questa occasione sia ancora più critico.

È vero che nel 2004 il Cavaliere annunciò una riduzione delle tasse, cosa spesso benvenuta dall’elettorato. Ma è vero anche che oggi appaiono più diffuse sia le valutazioni sul danno possibile al Paese, sia la convinzione che la Finanziaria non corrisponda a quanto promesso in campagna elettorale. Parte di queste valutazioni critiche possono essere, come ha sostenuto qualche esponente del governo, frutto di errori di comunicazione. Resta il fatto, però, che, al di là degli effetti sulla nostra economia — di cui hanno discusso, anche sul Corriere della Sera, gli studiosi della materia (ma basta forse rilevare che, secondo l’Economist, l’Italia è oggi il Paese in Europa per il quale si prevede l’anno prossimo il minor sviluppo in assoluto) — la Finanziaria ha provocato nell’immediato la conseguenza più dannosa per il Professore: allontanare una parte significativa dei consensi del segmento di elettorato che lo aveva votato nella primavera scorsa. Allora la vittoria elettorale fu assai risicata. Oggi diversi sondaggi suggeriscono l’esistenza di una maggioranza virtuale di voti per il centrodestra.”

Renato Mannheimer